La guerra non è un gioco - Historiale di Cassino

Per la maggior parte degli Italiani la guerra è un fenomeno lontano, quasi astratto, mutuato da media televisivi e dal web. Dell’ultimo evento bellico che ha coinvolto il territorio italiano, la seconda guerra mondiale, ne si ha percezione esclusivamente attraverso i racconti dei parenti più anziani che l’hanno vissuta, o attraverso la corposa filmografia sul tema, i libri e le riprese degli operatori dei fronti contrapposti che la guerra l’hanno filmata.
Per le nuove generazioni, nate in un’epoca di gamification, il senso della guerra è mutuato da videogames, fumetti, saghe di supereroi dove il concetto della violenza è posto spesso in secondo piano rispetto al suo aspetto quasi ludico.



L’installazione multimediale di Kaos Produzioni ha per questo un titolo tanto semplice quanto chiaro: La guerra non è un gioco. Si propone di restituire in piccola parte il senso di nevrosi, inquietudine, persino di cinismo che accompagnano i periodi bellici vissuti non solo nelle zone di guerra, ma anche dai civili che restano in casa. Un’operazione immersiva che assume tanto più valore in un luogo come Cassino, luogo simbolico del conflitto bellico e dei suoi errori fatali.

Il visitatore è invitato ad entrare all’interno di un parallelepipedo nero: sul fondo, l’immagine retroproiettata di una scena di fiera di paese dove oscillano quattro palloncini colorati, su ognuno dei quali è disegnato un viso umano. Davanti alla scena è posto un fucile munito di sensore. Chi sceglierà di non utilizzarlo, non turberà l’atmosfera giocosa e potrà passare oltre. Chi invece lo imbraccerà, decidendo di colpire e di far scoppiare uno ad uno tutti i palloncini, modificherà l’assetto iniziale. La scelta dell’utente diventa dunque parte fondamentale del processo artistico: una volta adoperata violenza, non è più possibile tornare indietro.

Allo scoppiare del quarto palloncino lo spazio installativo verrà invaso dal buio e da rumori sempre più ingombranti. Sono i rumori della guerra: spari, mitraglie, bombe, sirene d’allarme, diffusi da un sistema di casse spazializzate. L’oscurità verrà squarciata da strisce di luce, flash, lampeggi lontani. Per alcuni secondi l’utente si ritrova ad esperire in minima parte lo spaesamento della guerra. Subito dopo si ritornerà all’atmosfera giocosa da fiera presente durante la loop: ma è un’atmosfera straniante, piena di giocattoli antiquati e guasti, sporchi e dall’aspetto inquietante.


La voce fuoricampo di un imbonitore introdurrà l’utente in una fredda e sprezzante fiera in cui la guerra diventa prodotto, impacchettata e commercializzata per l’ignaro acquirente in tutte le sue varianti: guerra lampo, guerra totale, guerra mondiale... Ad essere in vendita sono le armi di battaglia, così come gli stessi soldati, carne da cannone mandata al macero. Sono in vendita i veterani, con sconti applicati a quelli tornati con disabilità e malformazioni. Sono in vendita i bambini - versione profughi o bambini soldato. Sono in vendita i civili, ammazzati dal nemico o dalle bombe degli alleati arrivati a salvarli. È in vendita la terra, l’aria, le acque, l’ambiente distrutto, deturpato, inquinato per favorire i meccanismi bellici.

L’innocenza delle nuove generazioni - o per meglio dire la loro ingenuità sul tema - viene messa in video nelle vesti di una bambina che gioca fra quegli stessi palloncini a cui l’utente ha appena sparato con il fucile. Sul fondo, in audio, supportato dalle angoscianti immagini dei vecchi giocattoli in movimento, prosegue la vendita dell’impudente imbonitore: “Venghino, signori, alla Fiera della Guerra! Qui il risparmio è assicurato, e nessuno è risparmiato”.



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